Mira o’ Marek Hamsik quant’è bello. E necessario

Hamsik, il campione più sottovalutato e criticato del mondo, ci sta mostrando ora tutta la sua forza
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    di Boris Sollazzo

    Due 3-3. Inspiegabili. Perché qualsiasi cosa possano dire i soloni dei giornali sportivi e delle tv private, telecronisti più o meno isterici e procuratori troppo loquaci, in questa seria A 2013-2014 ci sono almeno due enormi anomalie. Le squadre di Rafa Benitez e Walter Mazzarri, presente e passato del Napoli, prendono gol a grappoli. In quindici occasioni su venti il Napoli, in undici su diciassette l’Inter, hanno subito almeno una rete. Non di rado persino e almeno un paio, e da squadre di certo non irresistibili: un Marsiglia diroccato, un’Udinese senza punte titolari, una Lazio senza Klose, un Chievo a cui è stata concessa una doppietta a Paloschi, hanno segnato a Reina e Rafael ben nove gol. Handanovic e Carrizo han portato a casa due gol dal Trapani, due dal Verona fuori casa (decisamente più timido che al Bentegodi), tre dal Torino e altrettanti dal Parma. Vi chiederete se sono ancora ossessionato dal coach livornese. No, ma non mi capacito di come due profeti della fase difensiva si siano smarriti così facilmente. Neanche nella pur allegra Valencia Rafa aveva avuto tanti problemi là dietro, neanche lottando per la salvezza Walter ha subito così tanto.

    Noi celebriamo Skrtel e Agger, ma prima di Benitez (e a giudicare dall’attualità anche ora) erano considerati ingombranti e mediocri, dall’altra parte abbiamo un mago che rivitalizzò persino Grava e che fece giocare Aronica al meglio. Non può quindi essere (solo) un problema di uomini, comunque in crisi tecnica: Britos è mediocre da sempre, Raul Albiol si sta spegnendo a causa della solitudine, Fernandez gioca bene solo con la maglia della nazionale (la maledizione di Datolo, la chiamo io) e dall’altra parte un talento puro come Ranocchia non ne azzecca una, Juan Jesus sembra lontanissimo dalle prime stramaccioniane prestazioni e persino Campagnaro, quando gioca, si smarrisce.

    Dunque?

    Semplice, a entrambi manca Hamsik. Già, il vituperato Marek, il campione così sottovalutato che persino lui, tra sé e Cavani, ha definito il secondo tale dicendo di sé “sono un calciatore normale”. Eppure da quando gioca in maglia azzurra a mio parere vale Lampard e Gerrard. E lo dimostra quando non c’è. Perché il nostro capitano – tale è, ormai, e ne sono felicissimo – ama così tanto la squadra, la città e i tifosi, da essere diventato un equivoco tattico che fa la fortuna dei suoi allenatori e la propria sfortuna. Già, perché a Mazzarri manca Marek come l’aria. Ora che lì ha Kovacic e che non può costringere lo slovacco a marcare Daniele Conti, è durissima. Ora che non ha uno che va a segnare e poi rincula sulla linea dei mediani a fare il lavoro sporco, dando equilibrio laddove Inler fa danni inenarrabili e Behrami non può far sempre miracoli per limitate capacità di palleggio, ha scoperto quanto sia difficile giocare con quel suo elastico violentissimo fatto di copertura e contropiede. A dirla tutta là gli manca anche la fionda Lavezzi, ma questo è un altro discorso.

    E adesso lo ha scoperto anche Rafa. Ha capito che Marek è come il vecchio Steven Gerrard: uno che ti cambia una squadra, uno che può farti vincere una Champions con molti scarpari e qualche ottimo elemento. Uno che è tre volte meglio del suo amato Baraja, che schierava nel 4-4-2 valenciano nella Liga che vinse contro tutto e tutti (già, 4-4-2, hai capito l’integralista? Se lo sarebbe portato pure in Inghilterra quel modulo). Quei tre rifinitori dietro al Pipita possono esserci se uno di loro è quel fuoriclasse modesto, troppo umile, che sbaglia tanto a volte, perché troppe sono le palle e le posizioni che deve coprire e perché gioca anche infortunato. Perché per lui quella maglia è tutto, altrimenti non sarebbe sceso, pur con molte perplessità, in campo contro il Parma. Non in quelle condizioni. Eppure De Nicola era il medico sociale più forte del mondo fino a quest’estate. Cosa gli è successo? Forse non sa parlarsi con il preparatore atletico attuale come faceva con Pondrelli? E vale anche per quest’ultimo, visto che sulla sponda nerazzurra l’infermeria non è mai vuota.

    Ma torniamo al nostro meraviglioso numero 17. Dal 27 ottobre un match dei partenopei non si conclude con il portiere imbattuto, pur avendo là dietro uno dei migliori numero uno d’Europa. Più o meno da allora (a dirla tutta nella sosta precedente si era già scoperta l’esigenza del centrocampista di sottoporsi a terapie, divenute cure per l’infortunio un mese dopo), Hamsik soffre a quel piede maledetto che chissà quanto lo terrà fermo.

    E nessuno riesce a ricoprire il suo ruolo. Neanche a comprenderne la sua interpretazione, unica e necessaria. Ci prova con tutte le sue forze José Maria Callejòn, che però deve anche sopperire, spesso, in fase difensiva, alle mancanze degli esterni (mai così scarsi in una squadra di Benitez). E così ci si trova, nella migliore delle ipotesi, ad avere due stoici elementi, lui e Valon, che coprono troppi metri di campo, troppi avversari, troppi buchi di compagni. E questo perché? Perché con troppa tranquillità e pochi fronzoli quel genietto dell’est vale per due. Realmente. Con lui il Napoli gioca con il 4-3-3-1, con lui Behrami può scalare in difesa, con lui Calletì corre di meno. Su di lui, in fase di impostazione, vanno almeno in due, se non in tre. E quando la palla filtra, si è in quella superiorità numerica che altrimenti pretendiamo dall’estro di Insigne, Mertens, Pandev e Higuain.

    Insomma, al presente e al passato del Napoli manca lo stesso campione. Marekiaro. Quello che molti criticano, che molti considerano poco determinante, quello con poco carattere e che sbaglia troppo per i piedi e la lucidità di gioco che si ritrova. Ecco, ora vedete cosa vuol dire non averlo. Perché tatticamente è come la regina negli scacchi. Riesce a fare tutto, o quasi. E rinuncia, cosa più unica che rara per un talento del suo calibro, a mettersi in luce in tutta la sua forza per il bene della squadra. Lo sapeva Reja, che lo usava al meglio e lo sfruttava comunque per far rompere al Pocho le linee nemiche, lo sapeva Mazzarri che lo difendeva a spada tratta anche nei momenti più difficili. E lo sa, ora, anche Rafa, che deve alla sua assenza adesso e al suo piede in disordine prima, buona parte dei 26 gol subito quest’anno, tra campionato e Champions League. Lui non vale solo i sei gol fatti finora, gli assist, gli inserimenti in attacco, come tutti i miopi, napoletani e non, rilevano, guardando il dito e ignorando la luna. Lui fa squadra a sé, cambia il destino di tutti e tre i reparti. Altro che problemi di modulo.

    Marek, torna presto: questa squadra aspietta a te.

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