Il perché di essere secondi

Non è solo una questione di carattere e di mentalità, in certi momenti la differenza la fanno le invenzioni dei supercampioni. Ed è per questo che non potro’ mai perdonare il tradimento di Higuain
  • gianlucadimarzio.com

    di Francesco Bruno

    Lo ha scritto anche Gabbiadini nella sua lettera d’addio al pubblico napoletano: “Nel calcio i numeri sono tutto e fotografano la realtà dei fatti”. Anche se, ai tempi della scuola, l’ora di matematica era spesso causa di cefalee e malori vari, non si puo’ non concordare sull’importanza e l’attendibilità dei numeri nell’interpretare la realtà, specialmente quella calcistica. Nei giorni scorsi l’Uefa ha proposto un’analisi incentrata sull’ultimo lustro e mezzo di Serie A. In testa alla graduatoria c’è ovviamente la Juventus, con 502 punti conseguiti, seguita dal Napoli con 407. E’ la conferma statistica di quanto già avevamo capito in questi anni alzando al cielo Coppa Italia e Supercoppa: dopo la Juve in Italia ci siamo solo noi. Allo stesso tempo pero’ è l’occasione per continuare a chiederci perché il trofeo piu’ importante resti sempre esclusivo appanaggio dei bianconeri. Qual è il motivo per cui abbiamo cambiato allenatori (Mazzarri, Benitez, Sarri), abbiamo avuto la fortuna di poter applaudire grandi giocatori (Lavezzi, Cavani, Higuain), passano gli anni, ma c’è sempre nei momenti cruciali un Livorno, un Parma, un Chievo, un Palermo, addirittura un Pescara contro cui infrangere i nostri sogni di gloria?

    Quello andato in scena contro il Palermo è stato un film di cui conosciamo purtroppo a memoria la trama. Dopo il solito svarione difensivo gli azzurri hanno giocato una partita caratterizzata in gran parte da ritmo e controllo del gioco, hanno creato tante occasioni da gol e hanno sviluppato un possesso palla predominante. Pero’ se il buon Posavec, autore in ogni caso di una prestazione straordinaria, non si fosse fatto passare tra le gambe il tiro di Mertens, staremmo ora a rievocare i fantasmi di quel Napoli – Perugia di trentasei anni fa. Puntualmente è stato rispolverato il leit motiv dello scarso cinismo e della poca cattiveria con cui gli azzurri affrontano alcune partite. Per carità, è incontestabile che gli azzurri non sempre sembrano in grado di sbranare gli avversari. Tuttavia ridurre tutto ad un approccio mentale sbagliato risulta riduttivo ed ingeneroso per questi ragazzi e per il loro allenatore che, come è ovvio, vorrebbero vincere tutte le partite. Il nodo cruciale probabilmente è un altro: certe partite bloccate, con undici avversari rinchiusi nella loro metà campo, non si vincono senza i colpi e le invenzioni dei fuoriclasse. Non è un caso che negli ultimi anni, tranne qualche eccezione, in Europa trionfino sempre il Barcellona di Messi e il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Non è un caso che nella Juventus, che nostro malgrado si avvia a vincere il sesto scudetto consecutivo, giochino Higuain e Dybala, gli unici due veri fuoriclasse del nostro campionato.

    Ecco, è questo il vero rammarico legato all’addio del Pipita. Quando eravamo sul piu’ bello, quando stavamo finalmente iniziando a pensare di poterci sedere al banchetto dei grandissimi perché annoveravamo tra le nostre fila il campione in grado di determinare da solo le partite, il suo addio ci ha riconsegnato al nostro destino di splendidi secondi. Per questo non potro’ mai perdonare il suo tradimento. Ed è per questo che – chiamate pure la neuro, se vi pare - la sfida di coppa Italia con la Juve per me vale quanto quella di Champions con il Real.

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