Perché ci odiano. Da Napoli a Città del Messico, la spiegazione è una

Pensieri in libertà sul razzismo violento che colpisce certe civiltà. Da dove nasce la violenza dei (pre)potenti?
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    di Boris Sollazzo

    Cammino per Teotihuacan. Un posto così bello da provocarmi due reazioni inusuali per me. Il sospetto che gli alieni esistano, perché il 9% della città originaria che il sito archeologico ha portato alla luce è inspiegabile secondo la ragione umana per il suo maestoso splendore. E poi una commozione tenera e violenta che mi serra la gola, una sindrome di Stendhal che mi arriva, come uno schiaffo, ogni volta che la bellezza mi sorprende e sopraffà.
    Salgo gli scalini infiniti della Piramide del Sole e penso. Penso a quando salivo sul Vesuvio, anni fa. E provavo la stessa emozione. E così a Pompei o semplicemente su Via Caracciolo, guardando il mare. La natura come il genio umano mi inumidivano gli occhi oggi come allora.
    E ho provato un moto di rabbia, allora come oggi.
    Mi sono chiesto quale fosse il motivo della violenza feroce degli Stati Uniti contro i messicani. E di tutta l'Italia contro i napoletani.
    Anche perché i due popoli hanno solo una cosa più grande e meravigliosa dei capolavori che ospitano: l'anima, il cuore, l'umanità. Ok sono tre, lo so. Ma sono anche una cosa sola, lo sappiamo. Lo vedo ogni volta che sono a Napoli, l'ho visto oggi in fila al Palazzo delle Belle Arti di Città del Messico per onorare i resti di Gabriel Garcia Marquez. Mezzo chilometro di uomini e donne, giovani e vecchi, su due lati. Con i loro libri, con la loro vicinanza a un grande che li conosceva più di altri.
    E le difficoltà in cui versano entrambi i popoli dovrebbero suscitare simpatia, empatia. Quella povertà che li attanaglia, la violenza che scorre in strade che sono vene pulsanti e intasate, il loro essere condannati da una storia di sfruttamento e prevaricazione nata da imperialismi travestiti da aiuti o indipendenze, non dovrebbero suscitare disprezzo, ma allarme.
    E allora perché, invece, la risposta dei "vicini", a migliaia di chilometri di distanza, è così feroce, ottusa, dolorosa?
    L'ho capito alla fine della prima rampa della Piramide della luna. Quando quasi non riuscivo a trattenere le lacrime. Credo, sia chiaro, che fosse anche per lo sforzo  prolungato che il mio fisico da sollevatore di polemiche aveva sofferto non poco.
    La realtà, banale ma evidente, è che la bellezza fa male. Sì, non c'è nulla di più insopportabile della bellezza se non ce l'hai. Milano, Torino, Verona, Bergamo, Brescia, cos'hanno? Qualche castello, al massimo un'arena, centri storici striminziti.
    E Detroit, Austin, Philadelphia o Dallas? Non ne parliamo.
    Come si fa a vivere così vicino a qualcosa che non hai e che, soprattutto, sai che non avrai mai?
    Cerchi di annetterlo a te, sperando che quella bellezza ti contagi. In qualsiasi modo, preferibilmente quello più violento. Ma non ne sei degno: puoi invadere economicamente, politicamente, fisicamente quei luoghi. Ma non saranno mai tuoi. Savoia e Usa, spagnoli e miliardi lombardi hanno ucciso, saccheggiato, umiliato. Ma non hanno mai avuto quelle meraviglie. Non l'hanno neanche mai capite. Hanno cercato di prendersele, di possederle. Ma sono sempre rimaste ai legittimi proprietari, persino quando solo stati altri a costruirle.
    Ci odiano perché tutto quello che vedono rivela la loro inferiorità. E vale anche per quelle città che ci disprezzano perché convinte che ciò che hanno, spetta loro. Che la loro incredibile storia ne giustifichi l'attuale mediocrità.
    Pensiamo anche al calcio. Abbiamo sempre suscitato simpatia quando percorrevamo la strada della sconfitta. Hanno tirato fuori la loro rabbia quando abbiamo provato a tirare su la testa, ad essere degni della nostra città, cultura e, appunto, bellezza. Le reazioni agli acquisti di Savoldi e Jeppson, volgari e selvagge, gli attacchi costanti ai tempi di Diego, questo erano. Il tentativo di opprimerci mentre rompevamo le catene che ci avevano imposto. Sapevano che un Maradona, loro, non lo avrebbero mai avuto. Come il mare, Pompei, il Vesuvio e quella città emozionante in ogni suo metro e minuto.
    Me li immagino sorridere e pensare, mentre leggono queste righe, alla spazzatura, la camorra, la terra dei fuochi. E sì, spesso non siamo all'altezza neanche noi di ciò che abbiamo. Come gli argentini o i tedeschi: hanno avuto Borges e Goethe, ma anche i desaparecidos e il nazismo. A volte la bellezza è insopportabile anche per chi ce l'ha. La devono sminuire, perché non sono in grado di apprezzarla e proteggerla. È troppo difficile, perché di tutto ciò che hai devi essere degno.
    Succede in Messico, dove narcos e mancanza di libertà d'espressione avvelenano questo splendore, succede a Napoli.
    Non c'è nulla di peggio del fuoco amico. Fa più male quella droga che giustifica una guerra sporca, che i proiettili della polizia di frontiera. Fa più male il napoletano che accetta che si stupri la propria terra che gli imperialismi sabaudi di un tempo o della criminalità settentrionale con il colletto bianco di questi anni.
    E anche qui mi viene in mente il calcio.
    Anzi, mi è arrivato, il parallelo, ascoltando la mia guida, Marcos. Non mi parlava perché era pagato per farlo. No, lui parlava per orgoglio e per il Messico. Perché capissimo la grandezza di ciò che stavamo guardando e vivendo.
    Ho capito perché Rafa Benitez è tanto inspiegabilmente sofferto. Deriso all'esterno della nostra città e contestato all'interno. Perché fa paura. Perché lui ci fa essere fieri di essere napoletani, perché lui non ha sposato solo una squadra, ma una città e un atto di fede. Lui sa che noi possiamo essere degni della nostra bellezza. Anzi, che lo siamo. E come Marcos, vuole portarla in tutto il mondo. Non parlo delle visite artistiche e archeologiche, che già basterebbero a renderlo immenso. Parlo del fatto che ci sta regalando un progetto, l'opportunità di essere grandi, di avere una visione. E di diventare grande lui, con noi. Non si rassegna al fatalismo, Rafa, non pensa che possiamo essere solo dei raffinati e talentuosi estemporanei. Lui crede in noi.
    Perché, parliamoci chiaro, lui quegli occhi, quella determinazione, quell'orgoglio a Milano non ce l'aveva.
    Appunto.
    Non ripudiamo la nostra bellezza, perché è solo nostra. Ci odiano per lei? Rispondiamo come i messicani: mettiamoci in fila per il nostro Marquez, anche se è colombiano, prendiamoci quello che è nostro anche attraverso i piccoli gesti. Non prendiamo la posizione più opportunista e facile, non cediamo al rimpianto per un passato sparagnino, in cui chi ci ha dato molto ha preso di più. No, rilanciamo: non siamo Milano o Torino, noi siamo Napoli. Non siamo neanche le "signore" Roma e Firenze, piene di sé e troppo intente a rinfacciare a tutti la loro passata grandezza, per capire che ora non basta. Che non hanno alcun merito per ciò che hanno ereditato.
    No, noi Napoli, pur così bistrattata e maltrattata, la amiamo ogni giorno, ci sconvolge sempre, sa stupirci e farci soffrire. Noi non ci siamo abituati a una donna brutta e antipatica come al nord, né di una che un tempo fu bella e che ora non sappiamo più amare e di cui al massimo ci vantiamo. No, noi stiamo con una ragazza sensuale e inquieta, splendida e stronza, tenera e folle. Dobbiamo solo imparare a essere felici, a migliorarci l'uno con l'altra, come in ogni grande storia d'amore che sia davvero tale.
    Lo sanno anche i messicani.
    E chi se ne frega se ci sparano contro, se ci avvelenano, se ci schiacciano economicamente e danno da mangiare a una criminalità che ci ferisce a morte quotidianamente. Noi possiamo essere migliori. Noi siamo belli e unici: loro, gli altri, lo sanno e non lo sopportano.
    Ripartiamo da una fila per Gabo o da un tifo che sostiene Rafa alla faccia di giornalisti mediocri e meschini o fifoni che preferiscono rimanere dominati.
    Vinciamo contro tutto e tutti.
    Napoli e nuvole, vogliamo il pane (la vittoria) ma anche le rose (un gioco che ci faccia vibrare e appassionare).

    Ok, lo so. Pensate che sono pazzo. Non ho leccato rospi allucinogeni, non ho provato il peyote, non ho preso neanche un'insolazione. Ho solo cercato di farvi partecipi di uno dei giorni più belli della mia vita (dopo i due scudetti, la coppa UEFA, la promozione di Reja e la Coppa Italia di due anni fa, ovvio). E di farvi entrare nei miei pensieri confusi da tanta meraviglia.
    Sembrerò folle, avró mischiato sacro e profano, avró volato troppo alto e poi troppo basso, ma sono convinto che voi mi abbiate capito. Sì, proprio voi.

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