I dieci comandamenti del nuovo Napoli

Higuaìn, la stampa partenopea, il rafelismo e Reja. Ce n'è per tutti.
  • di Boris Sollazzo

    Ok. E' dura, è durissima. Fa male da morire uscire in 180 minuti, sia in Coppa Italia che in Europa League, in cui, al di là di tutte le analisi, meritavi di passare. Quelle finali dovevano essere nostre, ma un Lulic acrobata su Insigne e due arbitri che hanno totalizzato due errori madornali e due guardalinee che hanno sbagliato due fuorigioco grotteschi ci hanno buttato fuori dai nostri sogni. Noi, per carità, ci abbiam messo del nostro. Forse Juventus e Siviglia ci avrebbero punito, perché hanno cazzimma e carattere ben più potenti dei nostri. Chissà. Ma intanto...

    Il punto è che ora queste sconfitte che fanno male – anche perché, non dimentichiamocelo, siamo arrivati a un passo da due grandi vittorie, mentre prima le salutavamo al massimo da lontano, ecco perché ora siamo così arrabbiati – devono servire a qualcosa. A riflettere, a migliorare, a crescere. Tutti.
    E allora, proviamo a stilare le tavole della legge del nuovo Napoli.

     

    1. Nell'anno del secondo scudetto, come raccontò Errico Novi, fummo capaci di fischiare Massimo Crippa al secondo gol, nel recupero, contro il Genoa. Ora insultiamo tutto e tutti, eppure negli ultimi 12 mesi abbiamo vinto due coppe. Ricordiamoci la nostra storia, passata e recente. Persino negli otto anni in cui abbiamo avuto D10S la nostra media di trofei è stata più bassa. Siamo così impegnati a schifare il pappone, a insegnare il calcio italiano al ciccione, a rimpiangere Cavani avendo Higuain (a Roma, Torino e Londra se lo sognano tutti i giorni domeniche incluse, per inciso) che non siamo stati capaci di fare quello che i tifosi ucraini hanno organizzato ieri: stadio esaurito, una bolgia continua nonostante la pioggia, fischi all'arbitro che li aiutava. E non era neanche la loro città. Ci lamentiamo tanto che i nostri ragazzi quando subiscono un'ingiustizia non protestano, non tirano fuori le palle? Noi, scusate, che facciamo? Ci lamentiamo e basta. Come i romanisti. Che, infatti, non vincono nulla.

    2. Il Napoli non è la Juventus, il Bayern, il Barcellona, il Chelsea. Non ha i soldi, non ha il blasone, non ha un albo d'oro nutrito. Il Napoli ha però una maglia. Che fa innamorare. D'ora in poi non vogliamo ospiti. Amo Rafa Benitez, ma non siamo il parcheggio di nessuno. Resti cinque anni, sarà il benvenuto. Oppure vada via domani stesso. Amo Gonzalo Higuain, ma se sento parlare ancora un suo parente mi lego al cancello di Castel Volturno. Voglio i Mertens, gli Hamsik, i Maggio, gli Insigne. Quelli che non pensano al conto in banca, alle coppe da giocare, a noi come una stazione di passaggio. Non pretendo vittorie, ma che tutti si sudino la maglia. E la amino. Possono sbagliare, non tradire.

    3. Benitez ha detto “l'eliminazione non influirà sul mio futuro”. Bene. Lo apprezzo. Perché, amici miei, siete forti, avete vinto tanto, avete classe e cultura. Ma a Rafa, a Gonzalo, a José e a tutti gli altri che storcono il naso per come sta finendo la stagione, ricordo che se in Champions League non si andrà, sarà anche (se non in alcuni casi, soprattutto) per colpa vostra. Perché ce la prendiamo con David Lopez, ma è Raul Albiol a regalare il secondo gol all'Athletic Bilbao. Perché non si può giocare con Britos titolare, ma è Callejon ad essersi perso dopo la prima (e ultima?) convocazione nella sua nazionale. Perché diciamo sempre che Hamsik sbaglia le partite importanti, i match decisivi, ma il gol fatto fallito a Dortmund a fine 2013, le cinque palle gol nelle due partite contro il Porto nel 2014, le sei contro il Dnipro e anche un paio in una finale mondiale, non le ha sbagliate Marekiaro.
      Ma quel Pipita che anche quando sbaglia viene portato in trionfo dal San Paolo, mentre agli altri non si risparmiano fischi e insulti.

    4. Napoli e il Napoli non devono vincere. Non è un diritto acquisito. Ma devono essere rispettati. Quindi De Laurentiis non si lamenti di Platini e basta, ma si prenda un dirigente con le palle e incendi le stanze di Nyon di una reazione rabbiosa ed efficace. Gli errori arbitrali contro il Dnipro gridano vendetta. Inneggiamo alla Juventus miracolosa finalista a Berlino? Cosa sarebbe di quell'impresa se la doppia sfida con il Monaco, giocata mediocremente dai bianconeri, non fosse stata “oliata” da due errori molto utili alla causa delle zebre? Datelo a noi un rigore generoso all'andata e ignorate un nostro mani al ritorno. Poi ne riparliamo.

    5. Bigon e soci non hanno il denaro per comprare gli assi, a meno che non ci siano cessioni monstre come quella di Cavani? Va benissimo. A memoria, non ricordo campagne acquisti clamorose nella mia storia di tifoso. Sono tra i pochi fan del lavoro del buon Riccardo: Gabbiadini e Mertens sono roba sua. Ma comincino a lavorare sui parametri zero, sui giovani. Non possiamo avere Ribery e Di Maria? Ma i Pogba e i Pirlo, come pure gli Strootman non dobbiamo più farceli scappare. Quando ancora possiamo comprarli. E, Aurelio, le vecchie volpi servono: ieri uno con esperienza e palle sarebbe bastato. Tipo Yaya Touré, per dire, non dico neanche Mascherano.

    6. Serve una grande stampa napoletana. Che sappia criticare senza voglia di vendette o rivalse, senza snobismi culturali né imbarazzanti sondaggi populisti. Non abbiamo bisogno di voci che mal ci rappresentano e che attaccano Benitez per aver detto una clamorosa verità come “Il calcio italiano fa schifo”. Un giorno prima della partita più importante degli ultimi 26 anni. Né di quotidiani che aizzano i tifosi “chiamandoli” ad esonerare il tecnico. Abbiamo bisogno di penne brillanti e lucide che non facciano sconti, non di servi sciocchi di interessi propri e altrui che con Napoli e il Napoli hanno poco a che fare. Ha fatto più Maurizio De Giovanni, che tecnicamente giornalista non è, che molti iscritti all'albo di pubblicisti e professionisti.
      E non parliamo solo di campo: chi ha difeso Antonella Leardi quando ce n'era bisogno? Chi ha seguito con attenzione l'inchiesta su Ciro Esposito, rintuzzando le menzogne uscite in tutto quest'anno? Chi ha mai scritto quello che Benitez (quest'anno meglio da corsivista che da tecnico) ha detto dopo Parma? Ovvero che la Procura federale ha sentito il suo giudizio sul nostro calcio (che poi la squalifica cos'è, un reato d'opinione?) ma non il coro “Vesuvio lavali col fuoco”? E che la frase dello spagnolo vale un turno di stop, mentre il secondo solo una multa? E niente ai giocatori del Parma che mostravano platealmente gradimento e partecipazione.
      E, infine, il rafaelitismo non può essere una religione, ricordiamocelo. Ve lo dice un rafaelita. Solo il Napoli lo è.

    7. Rifacciamo il San Paolo. Ma davvero. Lo avete visto lo stadio di Kiev? Pieno, quasi a invadere il campo, bellissimo. La Juventus ci ha insegnato che si può soffrire qualche anno per costruire qualcosa di grande e duraturo. Anche quando tifiamo a squarciagola, i nostri non ci sentono come i giocatori del Dnipro sentivano i supporter ucraini. I campioni passano, il San Paolo resta. Luigi e Aurelio, basta chiacchiere. Rimboccatevi le maniche.

    8. Si vince con i Mourinho. Smettiamola di criticare i comportamenti dei nostri tesserati o del presidente, i silenzi stampa, i ritiri (sbaglio o è stato più che utile l'ultimo?). Non facciamo arte, non dobbiamo vincere le olimpiadi del galateo, non si gioca a chi è più radical chic. Stronchiamo le loro decisioni quando sono sbagliate. Smettiamola di vergognarci.
      Se ora invidiate la Juventus, ricordate che si rendono ridicoli da anni chiedendo due scudetti in più rispetto a quelli che hanno. A me sta bene se Benitez se la prende con Mauro e gli arbitri, se De Laurentiis attacca Platini. Ma lo devono fare riuscendo a riempirli di schiaffi (morali, sia chiaro). Altrimenti si diventa ridicoli, come il “porqué?” dello stesso José. Per fare polemica, bisogna essere inattaccabili. Bisogna perdere a causa delle loro vergognose decisioni, non possiamo offrirgli l'alibi del concorso di colpa.

    9. Basta parlare di coppette, basta sottovalutare tutto ciò che facciamo. Due finale, due semifinali, due trofei, un terzo posto. Non è poco. Eppure ho sempre sentito altro.
      La Coppa Italia? Un'altra? Che ce ne facciamo? Bene, non l'abbiamo vinta, sarete contenti. L'albo d'oro si riempie con tutti i trofei. Tutti. La supercoppa italiana? Non è certo una consolazione, una partita secca, non vale nulla. Intanto il prossimo anno non la giochiamo. E poi: Trabzonspor, Dinamo Mosca, Wolfsburg, Dnipro e un girone facile. Questa Europa League cosa vale? E poi però si esce in semifinale e quella eurocoppetta non arriverà sul golfo. Disperazione: ma non vi faceva già schifo? Voi o scudetto o muerte.
      Vincere aiuta a vincere. Vi informo che il mondiale del 2006 dell'Italia non vale metà perché vinto arrivando in semifinale battendo Ghana, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Australia e Ucraina.

    10. Ridatemi Edy Reja. L'esultanza pazzesca al gol di Varricchio. Gianluca Grava. Se devo fare brutte figure, le voglio fare con chi lasciava in campo sangue e sudore.

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