L'insostenibile leggerezza della Roma: sconcertante lo slogan della campagna abbonamenti

La società di Pallotta dimostra un'insensibilità incredibile verso le vittime della sparatoria di Tor Di Quinto, Ciro Esposito, in lotta tra la vita e la morte, e Gennaro Fioretti, a rischio paralisi. Si parla di "caccia" e "branco"
  • asroma.it

    di Boris Sollazzo

    Apri il sito dell'As Roma e rimani di stucco. Ci sei andato per cercare qualche segnale di interesse per la vicenda di Ciro Esposito, qualche reazione alla ridda di voci sull'agguato del 3 maggio dove è stato colpito da un proiettile in pieno petto un giovane tifoso del Napoli, da - questa è l'attuale ipotesi degli inquirenti - Daniele De Santis detto Gastone, tristemente noto come supporter giallorosso. Magari anche una presa di distanza, visto che il De Santis parlò con molti giocatori nel famoso derby del bambino (mai) morto dimostrando una certa confidenza, una dimostrazione di solidarietà persino ovvia, dal momento che, ne siamo convinti, la criminalità non ha colori e l'etichettamento del presunto colpevole del tentato omicidio del nostro compagno di spalti come giallorosso sia ingeneroso per società e frequentatori abituali dell'Olimpico.

    Uno si aspetta questo, ma viene schiaffeggiato in piena faccia da un banner invadente: lo slogan della campagna abbonamenti. "La caccia ricomincia. Unisciti al branco". Da non crederci. In un momento come questo, in una situazione di tensione sociale e sportiva provocata da qualcosa che assomiglia proprio a quelle due frasi - un branco di pazzi andato a caccia di napoletani -, il dipartimento marketing dei capitolini a stelle e strisce non cambia la sua strategia. E dal 6 maggio martella i suoi tifosi con un messaggio dai contorni inquietanti, a così poco tempo dalla tragedia. Per carità, non vogliamo insinuare alcuna cattiva fede: la campagna abbonamenti, con le riconferme, è iniziata addirittura il 28 marzo e per le curve solo tre giorni fa è partita la vendita libera delle tessere. E ai nuovi abbonandi, ovviamente, è rivolto il claim più goffo e grottesco della storia dello sport. Mentre l'Italia è scossa da una pistola ancora calda che mai il calcio italiano aveva visto prima, a soli tre giorni dai terribili fatti di Tor Di Quinto in cui il nome della Roma è stato sporcato, pur senza responsabilità alcuna della società, in barba al dolore e alle polemiche (che, in effetti, hanno colpito solo i napoletani) dagli uffici di Pallotta e soci esce uno slogan che inneggia alla "caccia", al "branco", una metafora di violenza sottolineata dalla foto: le fauci di un lupo che vediamo in soggettiva e che azzanna l'Olimpico (immaginiamo il settore ospiti). Era davvero necessario, con 24000 tessere già confermate e con una scadenza lontana (il 10 giugno), un approccio così aggressivo e per lo meno inelegante? Era tanto difficile ammorbidire il claim, o cambiarlo? Il rispetto di una vita in pericolo, di un altro ragazzo che rischia la sedia a rotelle, del proprio sport ferito da un avvenimento tremendo, non valeva una spesa ulteriore per cambiare strategia comunicativa?

    La Roma, in effetti, non è in un buon periodo per quanto riguarda la sua immagine: pensiamo alla triste partita di Catania, all'incredibile sponsorizzazione Sky sulle maglie per le ultime due partite di campionato, dopo le polemiche sollevate, soprattutto dai suoi tifosi, sulle prove tv contro De Rossi e Destro. Sono sempre più insistenti le voci di un'alleanza fin troppo affettuosa con la Juventus di Agnelli, dimostrata anche dalla mansuetudine con cui parlano degli avversari bianconeri i lupi del branco di Garcia, pardon i suoi giocatori, da qualche tempo a questa parte. Dopo un campionato di piccole e grandi polemiche.
    Ma questo è calcio, volubile e volatile per definizione, in cui ciò che vale una stagione, svanisce nell'altra. Lo scorso anno, a Trigoria erano tutti laziali. Ora tutti fenomeni.

    Ma quello slogan non è un peccato veniale, non è solo una banale assurdità calcistica. E' una mancanza di rispetto umana a chi sta soffrendo. Una dimostrazione di insensiblità incomprensibile. E gli opinionisti giallorossi, su radio, social e affini, solitamente molto sensibili per ciò che li riguarda, che siano battute o battaglie, non proferiscono parola. Pronti a difendere la propria città con inusitata violenza dal nostro innocuo umorismo, non sanno proteggerla dalla leggerezza di chi maneggia con troppa leggerezza un marchio importante come Roma, per storia e cultura.
    Nessuna solidarietà con Esposito - per ora annotiamo solo un tifoso che ha regalato alla mamma di Ciro una sciarpa giallorossa e un prete di una chiesa romana che ha fatto pregare i suoi piccoli fedeli per il ragazzo ancora in prognosi riservata al Gemelli -, in compenso rileviamo una ricerca costante dei tifosi comuni e degli speaker capipopolo di trovare un capro espiatorio napoletano: va in continuazione in onda nell'etere tinto di giallorosso la traccia audio di un video in cui c'è chi dice di aver visto uno con la maglia azzurra sparare, o citano un servizio di Sport Mediaset che, non si sa in base a cosa, insinua che la Benelli 7 e 65 potesse essere dei supporter partenopei (ovvio, il pezzo sta più a suo agio addosso a un napoletano, secondo lo stereotipo razzista che tutta Italia ci sta appioppando).
    Di partecipazione al dolore, che invece ha coinvolto persino rivali storici degli azzurri come i laziali, neanche l'ombra. Anzi, ora si fanno beffe delle sofferenze di Ciro e dei suoi, con uno slogan demenziale.

    La caccia è aperta. Alle stupidaggini, però.

     

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