Il calcio di Sarri: un manifesto della felicità rivoluzionaria

Questo articolo è per voi che ricordate gli Orange di Cruijff più della Germania di Breitner e Muller o dell'Argentina di Kempes (che rinunciò a Maradona), l'Ungheria di Puscas e Kocsis invece dei dotatissimi teutonici capitanati da Rahn e Morlock
  • sarrismo

    di Dario Bevilacqua

    Maurizio Sarri ha ripetuto, in varie interviste, di essere orgoglioso dello stile di gioco delle squadre che allena, anche se questo approccio non gli ha mai portato in dote alcun trofeo. Per ribadire tale concetto ha preso come esempio la nazionale Olandese del calcio totale, capitanata da Joan Cruijff: quella squadra non ha mai vinto nulla, eppure tutti ce la ricordiamo, per il suo gioco perfetto e spumeggiante, molto più della Germania del 1974 e dell’Argentina 1978, che la batterono in finale in quelle due edizioni del Campionato del mondo.
    In questa rivendicazione, del bel gioco, che rimane immortale per la sua bellezza contando come e più dei trofei da esporre in bacheca, c’è un manifesto. Un inno alla bellezza fine a se stessa. Agli occhi degli stolti inutile, perché non porta a casa un risultato, un obiettivo, ma che è in grado – per chi la sa apprezzare – di regalare emozioni talmente forti e intense, da rimanere immutate nei decenni.

    È come un quadro appeso alla parete, che non “serve” a nulla, ma ci regala – ogni volta che lo guardiamo – grandi emozioni. O come il “desiderio” di Kierkegaard, che si contrappone all’“appetito”: mentre il secondo ha sempre un oggetto definito raggiunto il quale si appaga, il primo ha ad oggetto il desiderare stesso, in una ricerca infinita che non può essere appagata ma che ci spinge sempre in avanti e ci mantiene vivi.
    Così è la bellezza del calcio sarrista, perfettamente esemplificata dal Napoli di questi ultimi anni: armonico, dinamico, esplosivo, irrequieto e ipnotico, come un’opera d’arte senza alcuna utilità pratica, ma inebriante per chi ha le doti e la libertà di pensiero per apprezzarla.

    Il Napoli di Sarri è particolarmente scomodo e difficile da accettare – per molti appassionati ma anche per gli addetti ai lavori (si vedano le insofferenze dei vari Allegri, Mancini, Vialli, Mauro, Nedved, ecc.) – perché è una scheggia impazzita e incomprensibile all’interno del sistema valoriale in cui viviamo. La società di oggi, infatti, è totalmente incentrata sulle conquiste. Sui “tituli”. Sui trofei da esporre in bacheca. Che determinano il successo o la grandezza di squadre, allenatori, giocatori.
    Questo non avviene solo nel calcio. Tutto è quantificato, quindi mercificato. Per cui il successo di un film o di una produzione musicale si valuta in base ai premi ricevuti, agli incassi ottenuti, ai voti positivi della critica. Così il successo di una persona viene misurato dai soldi che guadagna, dai beni di qualità che riesce a comprare – e ostentare –, dalle conquiste sentimentali messe a segno. Dimenticando sempre la qualità del lavoro, l’intensità delle relazioni, il piacere del godimento di beni intangibili.
    È il modello capitalista, dove tutto è merce, tutto è misurabile, tutto è quantificabile e da porre su una scala gerarchica, per distinguersi dagli altri competitors. Ed è il modello dominante, accettato da tutti e con cui tutti valutano ciò che hanno attorno. Il Napoli di Sarri si oppone tutto questo e, pur puntando a vincere (parliamo pur sempre di una competizione sportiva), si candida a rimanere immortale per la bellezza del suo gioco, per la mentalità coraggiosa e fiera, mai sparagnina o speculativa, per la ricerca ossessiva e maniacale della perfezione. In questo modo assurge a manifesto anticapitalista e sconquassa le anime di tutti i conservatori che non riescono ad accettare la forza e l’imprevedibilità di questa rivoluzione.

     

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